Pessoa e il linguaggio del tedio

9788807880438_0_0_300_75

Editore: Feltrinelli;
Pagine: 279.,Brossura.

L’uomo che guarda, l’uomo che scruta e va oltre gli altri, oltre se stesso, cercando di capire la sua anima, tormentata da domande, sogni e una sorta di insonnia esistenziale.

L’uomo abitudinario, normale, che si nasconde nella massa e non vuole essere notato ma visto come normale più che  una sorta di outsider, perché ne soffrirebbe. Porta questa croce dell’intelligenza, della coscienza e dell’anima in subbuglio che non si acquieta, nemmeno nelle dolci notti di sonno.

Questo è Bernardo Soares, un uomo come me e te, con un macrocosmo interno invisibile agli occhi altrui ma che riversa nelle sue pagine silenziose, nella sua piccola stanza al quarto piano di Rua de Duadores e nei suoi libri contabili.

Ha un cuore “esaltato e triste”, si indentifica negli altri e nel loro “futuro nel passato”: siamo tutti costretti a vivere dietro una finestra, a osservare il mondo scorrerci davanti, rinchiusi in noi stessi. Vive in un tedio costante, in un caos indefinito che è ormai entrato a far parte del suo essere, un sogno continuo, variegato ed eccentrico

Per quanto riguarda il tedio? Cos’é?

Nessuno ha ancora definito, con linguaggio attraverso il quale lo potesse capire chi non lo ha provato, che cosa sia il tedio. Ciò che alcuni chiamano tedio non è altro che la noia; per altri non è altro che il malessere; ci sono altri, infine, che chiamano tedio la stanchezza. Ma il tedio, sebbene partecipi della stanchezza e del malessere e della noia, partecipa di essi come l’acqua partecipa dell’idrogeno e dell’ossigeno, dei quali si compone e i quali include, senza che ad essi assomigli. Il tedio è, piuttosto, la noia del mondo, il male di vivere, la stanchezza di aver vissuto; il tedio è, veramente, la sensazione carnale della vacuità prolissa delle cose. Ma il tedio è, più che questo, la noia di altri mondi, che esistano o meno; il male di dover vivere, sebbene “altro”, sebbene in altro modo, sebbene in altro mondo; la stanchezza non solo dell’ieri e dell’oggi, ma anche del domani, dell’eternità, se essa esiste, del nulla, se esso è l’eternità.

II tedio è la sensazione fisica del caos, che il caos sia tutto. Colui che è stanco, che ha malessere, che è annoiato, si sente prigioniero in un’angusta cella. Colui che è disgustato dalla strettezza della vita si sente ammanettato in una grande cella. Ma colui che ha tedio si sente prigioniero in libertà in una cella infinita. Sopra colui che si annoia o ha malessere, o è affaticato, possono crollare i muri della cella e sotterrarlo. A colui che si affligge della piccolezza del mondo possono cadere le manette, ed egli può fuggire; o addolorandosi senza potersele togliere, egli, sentendo il dolore, può riviversi senza pena. Ma i muri della cella infinita non possono sotterrarci, perché non esistono; ne può provarci che siamo vivi il dolore di manette che nessuno ci ha messo ai polsi…

(pag. 143)

Questo è quello che prova Soares di fronte alla bellezza “placida” di una sera che “imprescindibilmente muore”. Questo è quello che prova nella ripetitività delle sue giornate: egli non si sposta mai se non dal suo quarto piano all’ufficio in cui lavora; frequenta sempre gli stessi luoghi e si lega con distacco alla stessa gente, allo stesso garzone e allo stesso proprietario di una locanda.

Egli vive in un sogno, mai convinto di esser sveglio e di trovarsi in una confusione esistenziale, nel dubbio estremo della propria esistenza.

Sono quasi convinto di non essere mai sveglio. Non so se sogno quando vivo, se non vivo quando sogno, o se il sogno e la vita formano in me un ibrido, un’intersezione dalla quale il mio essere cosciente prende fisionomia per interpretazione.

[…]Non so se esisto, sento che è possibile che io sia un sogno di qualcun altro, immagino quasi carnalmente che potrei essere il personaggio di una novella che si muove fra le lunghe onde di uno stile, nella compiuta verità narrativa.

[…] Se penso, tutto mi sembra assurdo; se sento, tutto mi sembra strano; se voglio, è qualcosa in me ciò che vuole. Ogni volta che in me c’è azione, mi accorgo che non sono stato io. Se sogno, mi sembra di essere scritto. Se voglio, mi sembra di essere collocato in un veicolo come mercanzia da spedire, e di andare con un movimento che credo mio, verso dove non ho voluto andare se non dopo esserci stato.

(pag. 153)

Stile

La sua staticità dinamica, mista alle parole ipnotica, rende il romanzo capace di scavare a fondo nell’animo umano, di far riflettere colui che legge e di farlo immedesimare in una coscienza diversa, rappresentazione di una società europea in subbuglio. Proprio in quegli anni scoppia la guerra civile spagnola e l’Europa sta già assistendo all’instaurazione di un regime dittatoriale e allo sconvolgimento dei ruoli e delle nazioni. Egli infatti analizza l’essere umano, il suo comportamento, come questo sia “incosciente come un cane e un gatto”, che “parla per un’inconsapevolezza di un altro tipo; si organizza in società per un’inconsapevolezza di un altro tipo, assolutamente inferiore all’ordine sociale delle formiche e delle api.” (pag.260)

Deus est anima brutorum. Dio è l’anima dei bruti” aggiunge in seguito.

Questo è uno dei miei libri preferiti, sia per tema che per stile, in quanto Pessoa, nella stesura della vita del suo eteronimo, usa uno stile complesso e altisonante, ma allo stesso tempo semplice, capace di portarmi in luoghi inesplorati e di farmi considerare certi aspetti dell’anima umana che non avevo mai considerato. Lo consiglio veramente a tutti, soprattutto agli amanti dell’esistenzialismo.

-Stefania

Advertisements

Cold.

Cold dead bones

In a cold dead bed

With a cold dead sheet

And boney cold flowers

Hideous freezing memories

Rising from the dead

Gravestones whistling loudly

People praying silently

Mourning words of peace

Finding madness instead

-Stefania

Libri consigliati: nuove letture che potrebbero farti innamorare

Ho amato ciascuno di questi libri e mi sono sentita in dovere di condividerli con voi!

Iniziamo con..

La grande storia del tempo, Stephen Hawking

60b71c39-1173-42ed-8f89-509298ba949d

 

“Che cosa sappiamo realmente dell’universo? Qual è la sua natura? Da dove è venuto e dove sta andando? Le nostre conoscenze sono fondate? E su cosa si basano? Stephen Hawking torna a occuparsi dei misteri de cosmo, e lo fa senza rinunciare al suo stile diretto e comunicativo. Aggiornandoci sulle recenti scoperte sia sul piano teorico che su quello delle osservazioni empiriche, Hawking descrive gli ultimi progressi compiuti nella ricerca di una teoria unificata di tutte le forze della fisica: la teoria delle ”superstringhe”  e le ”dualità” tra modelli apparentemente diversi; i tunnel spazio temporali e l’affascinante questione dei viaggi nel tempo.”

 

 Cose di Cosa nostra, Giovanni Falcone698e695a-9c93-4dd0-a863-390a4465ecdf

 

Giovanni Falcone racconta la società siciliana e ne esalta tutte le caratteristiche che rimangono celate agli occhi dei siciliani stessi. Ne evidenzia il silenzio, la collaborazione, l’idea dell’onore  e tratta di tutti i casi che ha analizzato nella sua carriera, collaborando con i cosiddetti  ”pentiti” e venendo per primo a contatto con i loschi traffici mafiosi.

Ve lo consiglio, soprattutto se siete degli appassionati di storia o volete sapere di più sui meccanismi nascosti della mafia.

 

Antigone, Edipo Re ed Edipo a Colono, Sofocle

b516a3d0-5355-4b9d-baef-10172c60de2b

Per gli appassionati di lettura greca, consiglio le tragedie di Sofocle, ricche di emozioni e di colpi di scena.

Composte nella seconda metà del V secolo a.C., le tragedie del ciclo di Edipo mettono in scena una delle più dolenti rappresentazioni del destino umano. Edipo è il simbolo universale dell’eterno dissidio e necessità, della colpa e del fato. È riuscito a conquistare il potere grazie alla sua intelligenza ma, per volere degli Dei, lo perde a causa di una grande scoperta, che gli arrecherà un grande dolore e lo costringerà ad allontanarsi da tutto e da tutti.

“Non dire felice uomo mortale, prima che abbia varcato il termine della vita senza aver patito dolore.”

 

Quiet, Susan Cain

15e35ce1-2974-4848-8d71-b355109688c2

“Il mondo è pieno di introversi: li vediamo, anche se non li sentiamo. A volte ci disturbano, con la loro reticenza. Altre volte ci affaticano, perché cedono sempre il passo a noi. Altre volte ancora li apprezziamo, perché sembrano innocui. Sono almeno un terzo delle persone che conosciamo: sono quelli che preferiscono ascoltare, invece che parlare; che preferiscono leggere invece che fare vita sociale; quelli che creano e inventano, ma che non ostentano la loro opinione. A molti di loro dobbiamo alcuni dei più grandi progressi dell’umanità: dalla teoria della gravità all’invenzione del computer, da Harry Potter a Google. Ma come trovano spazio gli introversi in una società che sembra solo premiare le personalità estroverse, competitive ed egocentriche? Susan Cain accende un riflettore sugli introversi che sono fra di noi, spiegandone la forza e il ruolo nella nostra società.”

 

Buona lettura!

-Stefania

Seams

▶️Petricor-Ludovico Einaudi

The light is fading

Slowly as it seems

The ray of a fallen star.

Shadows are mourning

And the dark is pouring

From a small hole

In the brightest sky.

Leaves are leaving

Like sunken dreams

Apart at the seams.

This is one of my poems from my book on Wattpad! If you want more, check it☺️

Stefania

Recensione ”Follia”

Titolo: “Follia” (titolo originale: “Asylum”)

Autore: Peter McGrath

Genere: narrativa psicologica;

Voto: 8.5/10.

 

 

I romanzo è narrato in prima persona da uno psichiatra che lavora a Londra, che lavora in un grande istituto psichiatrico nel lontano 1959. In questo istituto, si trasferisce un nuovo medico,insieme alla moglie, per ottenere il posto di direttore. Purtroppo, non tutto va come sperato.

Stella si innamora di Edgar Stark, un artista che era stato rinchiuso in manicomio per aver ucciso la moglie. La donna ignora tutto quello che sa su di lui, crede alle sue bugie e cade nella sua trappola. Si fa incantare dal suo aspetto, dal suo talento e da quella che reputa una vittima. Da quel momento in poi, la vita di Stella e Max non farà altro che peggiorare.

 

Questo libro rientra nella lista dei miei libri preferiti. Che dire?

È scorrevole, facile da leggere e non annoia mai. Non è il solito libro sui manicomi e sulle malattie mentali, ha quel qualcosa in più che lo rende diverso da tutti gli altri. L’amore è il tema principale, un amore malato e tormentato, tossico e distruttivo.                                Si concentra anche sulla psiche tormentata di Stella e sulle dinamiche delle relazioni con una persona che ha certi disturbi. Sembra descriverli nel modo più adatto, senza essere melodrammatico o creare i soliti cliché. Riesce a immedesimarsi bene nei panni dello psichiatra e la rende quasi reale, veritiera. Ne evidenzia anche gli effetti e di come abbia rovinato la vita dell’intera famiglia: Stella è costretta ad abbandonare tutto e farsi curare, come Edgar, Max sta sempre più male e… beh il resto tocca a voi scoprirlo.

-Stefania

 

Recensione “La più amata”

Titolo: ”La più amata”;

Autore: Teresa Ciabatti;

Genere: autobiografico;

Voto: 8/10.

 

“Mi chiamo Teresa Ciabatti…”
“Scrivo di mio padre e mia madre…”
“Ricordo, collego, invento…”
“… per arrivare a me.”

Un viaggio nella vita della scrittrice, un viaggio per ritrovare se stessa e per  trovare ”un motivo che mi ha resa tanto diversa… L’anno che mamma dormiva. Deve essere successo qualcosa. Qualcuno mi ha fatto del male.”
Una autobiografia tormentata e nello sfondo troviamo il padre, il ”Professore”, primario dell’ospedale di Orbetello. Lo è diventato presto, dopo un tirocinio in America, rinunciando a incarichi più prestigiosi, perché è pieno di talento ma modesto, un benefattore, un santo. Tutti lo amano, tutti lo temono, e Teresa è la sua figlia adorata. È bella e  coccolata  ed è diventata una ragazzina fiera e arrogante, indisponente e disarmante. Ingrassa, piange, è irascibile, manipolatrice, è totalmente impreparata alla vita. Chi è Lorenzo Ciabatti? Il medico benefattore  o un  uomo freddo e calcolatore?

 

L’autrice ricostruisce la sua vita, dall’inizio alla fine, in un libro in cui descrive un dramma personale con tutta la sua sincerità. Con frasi semplici e scattanti, ossessive, spezzate e nervose scava nel profondo e cerca di far uscire tutto quello che ha tenuto nella sua testa per anni. Mi sarei aspettata una descrizione più accurata del padre. Fa ipotesi su ipotesi ma non sappiamo nulla di certo. Analizza invece la madre nei minimi dettagli, tutto il suo travaglio e quello che era costretta a vivere. Ha fatto nome e cognome, di personaggi veri, e credo ce ne voglia di coraggio. Non mi è piaciuto molto il tono che ha avuto, a tratti antipatico e vittimistico, però devo dire che è un libro scritto veramente bene. L’autrice sembra piena di rabbia e malinconia repressa che non sembra saper sfogare.

Per il resto, è pure veloce da leggere, abbastanza scorrevole e accattivante.

-Stefania

 

Recensione “Ciò che inferno non è”

Titolo: ”Ciò che inferno non è”;

Autore: Alessandro D’Avenia;

Genere: fiction;

Voto: 8/10.

Federico, un normale ragazzino di 17 anni, scopre la vita vera una volta attraversato il passaggio a livello che separa Brancaccio dal resto della città. Il suo professore, Padre Pino Puglisi, chiamato anche “3P”, gli offre l’opportunità di dare una mano con i bambini del suo quartiere, prima della partenza per Oxford. Torna a casa senza la sua bici, con il labbro spaccato e una nuova idea sulla vita e su quanto possa essere veramente dura. Conosce la vita che gli è sempre stata, per così dire, nascosta dagli agi che altre persone non si sono potuti permettere. Scopre la vera fame, la vera miseria ma conosce anche persone che non si fanno schiacciare dal peso del loro ambiente, che riescono ancora a guardare con occhi luminosi e speranzosi quello che circonda. Persone con sogni e idee che si contrastano all’ambiente circostante ma che riescono a vivere.

 

Questo libro mi ha aperto gli occhi su quello che succede nella mia stessa regione, su quello che non ho mai visto in prima persona. Non ho mai conosciuto la mafia, la miseria di quei quartieri. Tutto quello che so l’ho letto o sentito da spettatrice passiva. Non sappiamo nulla, viviamo le nostre giornate nella mancata consapevolezza di come certe persone possano vivere in quelle strade asfissianti, circondate dalla malavita e corrotte fino al midollo. Come Federico, capisco che non bisogna dare per scontato quello che abbiamo perché “non sappiamo di avere qualcosa finché non lo perdiamo, o non incontriamo qualcuno che ce l’ha preso.”                                                                             Nonostante tutto, ci sono persone che ancora lottano e non si fanno sopraffare, che guardano al bene, come Padre Pino Puglisi, che cerca di fare di tutto per prendersi cura di quei poveri bambini e dei fedeli attorno a lui. Cerca di ”difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro.”                                    ”Don Pino sa che deve proteggere quel posto dentro ogni bambino, quel pezzo di ben che esplode come un seme, quel pezzo di anima che, se rimane intatto, può salvare. Prima è piccolo, piccolissimo, poi diventa radici, stelo, fusto, foglia, fiore, tutto. A Brancaccio troppi bambini sono come semi nelle tenebre. Semi al rovescio. Non c’è lo spazio per un sogno, per la bellezza, per l’immaginazione. Troppi sono condannati  a morire da vivi, troppi sono interrotti prima ancora di allungarsi verso la felicità.” (pag.114)

Stefania